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#bologna #street art

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Tags: bologna street
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Anna e Eve

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Anna e Eve sono madre e figlia. Si vede dagli occhi, pieni della stessa malinconia, e dalla pelle, bianca come porcellana e luminosa. Scegliete voi quale delle due è la madre e quale la figlia: nelle foto che me le hanno fatte conoscere i ruoli si invertono spesso, e a prendersi cura della madre è a volte la bambina (in piedi mentre versa dell’acqua sulla schiena della donna) a volte l’adulta (pettinandole i capelli, preparando una cena fatta di un solo melograno, sfilando - o tessendo - un nuovo abito).

imageimageAnna & Eve sono protagoniste di un singolare progetto fotografico che l’artista ucraina Viktoria Sorochinski ha iniziato nel 2005 e che per sette anni ha raccontato la vita segreta di queste due donne, una ancora piccola (ma dallo sguardo già adulto) e l’altra già grande, ma carica di una malinconia tutta infantile.

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“Queste foto vivono in uno spazio a metà tra documentario e finzione, tra fantasia e realtà. Negli scatti nulla è spontaneo, tutto è preparato, eppure ognuno svela l’autentica e profonda relazione tra una mamma e sua figlia. Tra Anna e Eve questo legame è straordinariamente intenso, ecco perché mi hanno colpito così tanto quando le conobbi, nel 2005. A volte, infatti, era difficile capire chi tra le due aveva la responsabilità e il controllo delle cose e chi, invece, stava cominciando a occupare il proprio posto nel mondo”.

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Così Viktoria racconta il suo progetto fotografico, che vede madre e figlia misurarsi con un immaginario surreale, di grande tenerezza e intensità insieme. Lo spazio in cui la donna e la bambina si muovono potrebbe essere adesso, ‘qui e ora’, oppure non essere mai esistito. Il tempo non sfiora nemmeno queste eterne giovinezze, che si reggono l’una all’altra grazie a una maturità che sa ancora di giovinezza e - per contro - a un’infanzia che si ostina camuffarsi da vecchiaia, nello sguardo di una bambina sempre imbronciata, sempre infelice.

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Fotografia Europea 2013 // Alé

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Per chi non lo sapesse a Reggio Emilia si fa il punto sulla situazione fotografica europea. Io qui ci vengo spesso per bere: ci sono ottime compagne di sbronza, le più belle birrerie d’Italia (nel senso che il personale è carino e chiacchierone, le sedie comode, la compagnia carica di sarcasmo), e - soprattutto d’estate - passeggiare tra una piazza e l’altra bevendo come se non ci fosse un domani è una delle mie attività preferite.

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Una volta all’anno, però, lascio che gli aperitivi concludano la giornata e vengo a guardare le centinaia di foto che popolano Fotografia Europea. Decine di mostre, tra le principali e le secondarie del circuito Off - spazi istituzionali alternati a negozietti, librerie, bar, salumerie (sì, salumerie) - ospitano quanto di più interessante la fotografia abbia prodotto in giro per l’Europa.

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L’anno scorso c’erano Cartier Bresson e Peter Bialobrzeski (il tema era Vita comune, l’immigrazione, i nuovi cittadini, gli spazi urbani) e poi un sacco di instagrammers, orsi e scimpanzè impagliati, aiuole fiorite di rosmarino e foto, foto, foto. Quest’anno, tra l’altro, un sacco di spazio alla Russia.

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Le scelte sono sempre impeccabili e presentano il meglio del meno conosciuto. Niente Meisel e Mapplethorpe ma molti progetti fotografici bellissimi che, se non mostrati qui, non verrebbero mai visti.

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Il festival comincia oggi ma io ci vado domenica e per un po’ farò la cronaca di quelli che piacciono a me delle proposte più interessanti. Voi fateci un giro, godetevi le immagini ma non fatelo a cazzo, prima date un’occhiata al sito se no, poi, rischiate di annoiarvi.

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“Mia nonna e il suo gatto stanno sempre insieme”.
Miyoko Ihara


Dodici anni fa Miyoko Ihara cominciò a fotografare sua nonna Misao. Miyoko voleva che della donna – ormai molto anziana – restassero più ricordi possibili, e il modo migliore per averli era farle delle foto.

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Un giorno Misao trovò uno strano gatto: bianco, vecchio anche lui, con un occhio giallo e un occhio azzurro. Lo prese con sé, e lo chiamò Fukumaru, in onore del dio della Buona Fortuna (fuku): col suo favore tutto sarebbe stato più semplice, come lo svolgersi di un cerchio (maru).

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Fukumaru si affezionò subito alla donna ed entrò immediatamente a far parte della sua routine: alla veneranda età di 87 anni Misao curava ancora personalmente i suoi orti, portandosi dietro il gatto. Man mano che il tempo passava la donna cominciò a perdere l’udito e Fukumaro, che era sordo anche lui, riusciva a comunicare semplicemente guardandola negli occhi.

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Le foto che vedete sono il racconto di questa amicizia, pubblicate da Miyoko in un libro – Misao the Big Mama and Fukumaro the Cat – che potrete acquistare qui. Nel frattempo io le riguardo una per una, sorrido e mi commuovo.

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Il mio è un blog che parla di fotografia. Quindi, vi chiederete, perché un illustratore?

Un po’ perché il blog è mio e ci metto dentro quello che mi va. E un po’ perché il ‘click’ del titolo si riferisce a quel qualcosa che fa scattare il cuore: un tuffo al cuore, oppure un solletico leggero, o ancora un tremolìo che si trasforma in una sonora risata.

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Per puro caso, credo, a farmi sorridere, commuovere, riflettere, sono le fotografie: istantanee della mia realtà viste con lo sguardo sorprendente di qualcun altro. Però ci sono delle eccezioni. E le eccezioni arrivano con Alfonso Casas Moreno.

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Illustratore, “perdigiorno professionista”, scrive nella sua bio, Alfonso è uno timido, e di sé dice pochissimo. Spagnolo, lui racconta l’amore, e lo fa come solo un gay saprebbe fare parlando di amori gay: con nostalgia e leggerezza, con sensualità, tenerezza e profondità.

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I suoi figurini (in verità degli autoritratti) indossano orecchie da coniglio e svelano farfalle nello stomaco: sono il fidanzato che vorremmo tutti, sensibile, bello, tormentato e un po’ trasandato.

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Colti sempre in sospeso tra un prima e un dopo (il fumo di una sigaretta, un piumone scostato, la colazione assonnati) ci raccontano anche i nostri, di amori. Per una volta si parla di uomini che amano altri uomini, lungo un’inedita - eppure conosciuta - educazione sentimentale.