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Che si fosse occupato di sociologia e di politica prima ancora che di fotografia è chiaro al primo sguardo. Peter Bialobrzeski è un fotografo tedesco di reportage, ma di un reportage in cui nulla accade, in cui non ci sono azioni, situazioni, storie; si tratta di un genere più vicino al ritratto di paesaggio, in cui la realtà si rivela con assoluta indifferenza.


La fotografia di Peter Bialobrezsky è l’esatta antitesi dei tanto bistrattati non-luoghi di Marc Augé. I suoi sono ritratti di edifici decadenti, nail house, case fatiscenti di prossima demolizione, che non dureranno più di qualche mese, settimana, ora. Sono edifici solcati da rughe strutturali, da cedimenti, da cicatrici che il tempo ha lasciato, avvolte in teloni scarmigliati che si fingono tetti, sostenuti da pali di legno che mimano pilastri in cemento, ormai mozzati o collassati in mucchi di polvere .


Edifici stancati dal tempo, di qua dal crollare, avvolti da povertà e dal desolato nulla metropolitano, guardano l’obbiettivo del fotografo che (e qui sta la sua bravura) li scatta come fossero visi sfiniti ma pieni d’orgoglio: al di là dell’usura e del tempo che passa loro hanno tenuto duro, loro stanno ancora in piedi. E lì, dietro una finestra socchiusa, una signora sbriga le faccende, svelando che tra quelle quattro mura si nasconde una casa. Stupore.

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datemidellei ha chiesto: Bel blog, davvero :)

:-) grazie.

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Di sè Elif Suyabatatmaz dice poco, fermandosi all’essenziale: “Scattare fotografie col telefonino è la mia più grande passione”, “Amo Istanbul e la street photography”, “Uso il mio iPhone e Hipstamatic per ogni scatto”.

Il resto lo lascia al suo nick online (Fisheyedreams, lo stesso con cui la trovate su Instagram o in giro per il web) e alle sue foto, soprattutto in bianco e nero. Sono scatti rubati per strada, e parlano di bagliori improvvisi, gente comune, ombre accecanti e manichini distratti, sorpresi a pensare, per una volta, come gli esseri umani.

“Sono una grafica, ma dopo la nascita del mio secondo figlio ho dovuto lasciare il lavoro. Non volevo perdere la mia vena creativa: per questo sono tornata alla fotografia. Fotografo solo la domenica, dalla mattina presto alla sera, scegliendo sempre quartieri diversi. Li seleziono durante la settimana, girando per la città, aspettando che mi raccontino un po’ di sè”.

A me di Elif colpiscono due cose: il fatto che nelle sue foto le forme, i gesti e i luoghi siano di una fisicità assoluta, tangibile. E poi uno dei ricordi che la fa più ridere: figlia di un pittore, da piccola, mentre lo guardava dipingere, diceva sempre che “quello lì sembra un fiore”, “questo qui una mucca”. Ma il padre le rispondeva che “erano quadri astratti, non parlavano di forme, ma di emozioni”. Che venga da qui tutta la magia di queste istantanee rubate a Instanbul e Parigi?

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Fab Ciraolo disegna da quando era piccolissimo e, come dichiara in un’intervista, “non ricordo di aver mai fatto altro”. Illustratore col gusto dell’hipsta-mania, le sue creazioni sono l’invenzione di un nuovo concetto di pop, che mischia disegno e fotografia, collage e computer graphic, e ridefiniscono il concetto di ritratto.

Protagonisti delle illustrazioni/istantanee di Fab sono dive del grande schermo (Marylin e Liz su tutte), personaggi dei cartoon di “quando eravamo piccoli” (He Man, Skeletor, She-Ra) o supereroi Marvel, tutti soggetti dal carattere ben definito, tanto da essere icone. In queste illustrazioni, però, Marylin e Liz Taylor sono delle iperdonne tatuatissime, She-Ra una preppy venuta fuori dalle pagine di Harper’s Bazaar, Skeletor un dandy maturo ancora piacente.

È un gioco al vintage che trasforma un character in un carattere, pupazzi di carta e inchiostro in uomini sexy e pieni di fascino, donne possenti e un po’ tonte (ricordate le Misfits di Jem and The Holograms? qui vestono Miu Miu) in lolite ingenue e modaiole. È, insomma, il solito gioco delle parti, che una volta reinventato regala nuove, inaspettate emozioni.

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(Fonte: fabianciraolo.blogspot.it)

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Ogni blog che si rispetti augura buon anno ai propri lettori. Io non sono mai stato bravo a fare il sentimentale, mentre riesco benissimo a esserlo e a piangere come una ragazzina ogni volta che posso. Stavolta, però, complice un blog bello e inaspettato, farò tutte e due le cose.

L’idea che sta dietro Dear Photograph (grazie a Antonio Buoso per avermelo fatto scoprire) è semplice: fare una foto a una vecchia foto nel luogo in cui quell’immagine è stata scattata. Lo spazio è lo stesso, ma il tempo ha cambiato le cose, e ha cambiato soprattutto noi. Nello scarto tra spazio e tempo i ricordi prendono vita, facendosi racconto tra le righe che, come didascalie, accompagnano ogni immagine.

Auguri di un buon 2012 e di cose belle. E non dimenticate di scattare foto, l’unico modo per fermare i ricordi, anche queli brutti. Che magari, col tempo, tanto brutti non saranno più.

“Ricordo quando mio padre insegnò a mia nipote a pedalare. Oggi lei cammina da sola, alta e sicura di sè, e in questa foto la tengo per mano. Papà se n’è andato all’improvviso, otto settimane fa. Senza di lui Natale e Capodanno non brilleranno più allo stesso modo.”
mi manchi,

Yvonne

“Non avrò mai più amici come questi… e, con amici così, chi ne avrà bisogno?!”
Brittany

“Ho sempre creduto in Babbo Natale. Forse quest’anno potrebbe dire a London e Lancaster che le due sorelle nella foto dovrebbero essere di nuovo unite.”
con amore,
Il Clown

“Mio padre farebbe morire dal ridere chiunque. Soprattutto mia madre!”
Michael

“Vorrei poterti abbracciare e starti vicino come una volta. Mi manchi, fratellone.”
Maryam